Io Ci Sto (ma non con la testa)

Ricordo. Custodisco nel cuore tanti pezzi, come se fosse un puzzle. O tante parti del corpo, come se fosse un gioco per bambini: ciascuna parte riveste un significato importantissimo.

Parto dal cuore, che tanto ha bruciato nei giorni vissuti nella Capitanata. Ha sussultato nel mio petto come non faceva da anni. Appena arrivati in quel di Foggia, con i miei fratelli Fabrizio e Susy, il mio cuore ha iniziato ad essere ribelle: quando abbiamo visto la struttura che ci avrebbe accolti, e le poche persone con cui avremmo condiviso l’esperienza di “Io ci sto”, i nostri cuori, all’unisono, ci hanno fatto urlare “Voglio murì!”, perché presi dalla paura del nuovo e dell’inaspettato.

Poi però l’abbiam messo a tacere…o almeno io credevo di esserci riuscito, fino al giorno successivo.

Le attività al Campo di “Io ci sto” si dividono in tre luoghi: “Pista”, “Ghetto” e “Ortanova”, con tre tipologie di “esserci” profondamente diverse tra loro. Sin dal primo istante mi prospettano la Pista come una realtà assai difficile e problematica ed io, dall’indole temeraria, mi ci butto a capofitto.

Ed è proprio lì in Pista, l’ex pista dell’aeroporto militare dismesso, vicinissimi al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, che sento per la prima volta il mio cuore sobbalzare in petto. È il tardo pomeriggio, e abbiamo quasi terminato le attività “ufficiali” quali la scuola informale di italiano e la ciclofficina; ci sediamo a terra per chiacchierare con alcuni fratelli migranti, e quando alla mia domanda “Da dove sei arrivato, prima di approdare qui a Foggia?” mi sento rispondere “Lampedusa”, il mio cuore trema, vacilla, si ferma per un istante: in un attimo davanti ai miei occhi le migliaia di immagini viste ai Tg, così distanti, quasi quanto un film di fantascienza, si concretizzano, come se un fantasma diventasse vivente davanti ai propri occhi. Quello che sembrava lontano anni luce da me, semplicemente perché filtrato dallo schermo della tv, era qui, innanzi al mio cuore, posto in maniera intersecante nella mia vita.

Ma è proprio a questo punto che entra in gioco l’altra parte del corpo, i piedi. Pomeriggio successivo in “Pista”, scuola di Italiano fatta in fratellanza, con un gruppo di circa venti migranti, di cui una parte anglofona, ed una francofona. Io e Marino, un carissimo ragazzo con cui stiamo vivendo l’esperienza di “Io ci sto”, stiamo cercando di insegnare loro l’alfabeto. Si avvicina Majid, un ragazzo Pakistano, 27 anni. Si siede a terra, ed inizia a ripetere l’alfabeto italiano come i bambini di 5 anni. Inizialmente la scena mi fa sorridere, salvo poi apprendere che Majid, di 27 anni, è un Chimico Farmaceutico, laureato a Peshawar. E quando poi gli si avvicina Abdulhamid, agricoltore Pakistano, e mi iniziano ad esporre la situazione in Pakistan, il mio cuore si ferma…gli occhi iniziano a stento a trattenere le lacrime: mi raccontano che non c’è il minimo tasso di libertà a casa loro, non si può neppure uscire di casa, altrimenti di notte si è uccisi a sangue freddo. E ultimano il loro racconto spiegandomi come sono arrivati in Italia. E lì il Mondo che conoscevo e credevo civilizzato mi crolla intorno. Ciascun migrante proveniente da ciascun luogo ha una diversa tipologia di viaggio, ciascuna faticosa e dolorosa a suo modo. Majid e Abdulhamid mi raccontano che loro sono arrivati in Italia a piedi, impiegando circa tre anni: anni in cui hanno convissuto fianco a fianco con la morte, con compagni che, tra le montagne, morivano di inedia, di fame, di stenti o di stanchezza; hanno camminato a braccetto con un disperazione tale da lasciare spazio ad una speranza vivificante, che li ha fatti arrivare attraverso Iran e Grecia qui in Italia, dove sperano, con una luce negli occhi che oramai noi abbiamo dimenticato, di vivere una vita migliore, anche grazie a ciascuno di noi.

C’è poi Basse, il cui sorriso grato non dimenticherò mai. Un ragazzo Senegalese, arrivato tra stenti e violenze dall’Africa sub sahariana alle coste del mondo da sogno per lui, che come lavoro cerca elemosina dai cosiddetti “ricchi” al semaforo di Foggia, davanti il bar dell’Alba, dove diverse sere abbiamo consumato risate tra noi volontari. Alla scuola di Italiano in Pista mi chiede di tradurgli dei termini dall’italiano in inglese, e di fargli avere la possibilità di comunicare in questo mondo che lui attende si dischiuda alla realizzazione dei di lui sogni di vita piena. Con quello stesso sorriso, Basse ha chiesto di farmi telefonare quando sono andato via, per rassicurarmi che sta studiando quanto gli ho lasciato da studiare, e per ringraziarmi ulteriormente.

E poi le mani, quelle mani con cui i fratelli somali ci hanno invitato a mangiare nella loro baracca, facendoci sedere sui loro letti, offrendoci non tanto di quello che avevano, ma TUTTO quello che per loro sarebbe stato vita e cibo. Mangiare con le manim tra le mosche, seduti a terra con sei estranei, di cui due migranti somali. Quanto avrei riso in faccia a chi solo una settimana prima mi avesse prospettato una cosa simile. E invece mi ritrovo a ridere, a chiacchierare, a condividere un pasto, che è tutto, con i fratelli.

Ed è qui che quasi tutto cambia: improvvisamente riscopro la mia fede rinnovata. Dopo aver tanto vagato, dopo aver cercato Cristo in tanti luoghi, tra tante persone, tra tanti movimenti ecclesiali e cammini di fede lo ritrovo lì, in una ciotola giallognola condivisa con fratelli migranti africani, e in quei piedi che rivedo piagati come sulla croce, in quei sorrisi, che in realtà sono smorfie di dolore sublimate, e in quegli occhi che dalle lacrime di dolore passano a quelle di gratitudine per il tempo che si è donato loro.

Fratelli, posso annunciarlo con gioia: ho visto Cristo, il mio Cristo, nella Pista di Borgo Mezzanone, nella Capitanata di Foggia, nel luogo in cui ho sperimentato il mio nulla, il mio sentirmi ben poca cosa, e per di più misera cosa, agli occhi di Dio. Lì l’ho incontrato. E non tacerò. Né concederò alla vigliacca mia indole umana di lasciare l’”Io ci sto” sotto la voce di bella esperienza vissuta in estate.

Concludo con le parole parafrasate di Dominique Lapierre, rivolte a quel Gesù che il missionario incontra tra i poveri e miseri della Città della Gioia, facendole mie, perché sentite incise col fuoco sul mio cuore, e sul corpo che ho costruito lungo ciascun giorno dell’esperienza.

«Sì, sei bello. Gesù della Pista. Bello come il fratello che mi hai mandato oggi, con le sue mutilazioni, le sue piaghe e il suo sorriso. In lui ho visto te, che incarni tutti i dolori. Tu che hai conosciuto Getsemani, il sudore del sangue, la tentazione di Satana, l’abbandono del Padre, la prostrazione, lo scoraggiamento, la fame, la sete. E la solitudine.

Gesù di Borgo Mezzanone, ho cercato di curare quel fratello. Ogni giorno, cerco di condividere la sorte dei poveri. Chino la testa con chi è calpestato e oppresso. Come l’uva nel torchio, e il loro succo mi schizza sugli abiti e li macchia. Non sono un puro, né una santo, solo un pover’uomo, peccatore come gli altri, a volte calpestato o disprezzato come i miei fratelli della Pista, ma in fondo al cuore ho la certezza che tu ci ami.

E anche la certezza che la gioia che mi riempie, niente e nessuno potrà mai rubarmela. Perché tu sei veramente presente qui, in fondo a questa bidonville miserabile.»

                                                                                              

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