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Immigrazione e PG. Buone prassi: la convocazione Giovanile Scalabriniana

NPGGianni Borin
Note di pastorale giovanile
maggio 2006, pp. 28-29

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Immigrazione e PG: Buone prassi:
La Convocazione giovanile Scalabriniana «G.M.& B»

pp. 28-29

Gianni Borin

[...] Faccio un passo indietro. Dal 1991 era iniziata un’esperienza forte di servizio-formazione. A Mezzanone, una piccola borgata a 12 Km da Foggia, ogni anno nel mese di agosto abbiamo allestito un campo di accoglienza per immigrati stagionali che convergono lì per la raccolta dei pomodori.

Nel 1994 abbiamo ospitato in un mese in quattro diverse strutture più di 600 immigrati di 24 nazionalità diverse. Un’esperienza molto forte, alla quale nel corso degli anni hanno partecipato centinaia di giovani in tutta Italia, e non solo, in turni di 8-10 giorni, spesso e volentieri ripetuti. Il servizio era caratterizzato da accoglienza, custodia (di giorno e di notte... in aperta campagna), pulizie, mensa, animazione dei ragazzi della borgata e ogni altra emergenza nascesse da quella situazione «di frontiera»...

Gianfranco scriveva: «Eccoli gli immigrati, a sera, arrivare alla tendopoli, con la pazienza di questuanti: moltissimi i giovani, qualche ragazzo, sono una galleria di ritratti, un campionario di umanità, una babele di lingue. Riusciremo a capirci? Saprò parlare il loro linguaggio di stanchezza, di lontananza da casa, di bisogni primari che attendono? Siamo davvero diversi? E i loro progetti? (...) Stiamo trovando un po’ tutti delle risposte ai nostri bisogni e alle domande: anch’io volontario a tempo determinato, con la vita piena di contraddizioni, con ansie superflue e con qualche oggetto inutile».

E Anna Maria: «Per sei giorni la sera sono stata infermiera a fare ciò che siamo abituati a fare ogni giorno senza essere professionisti: spalmare la crema sulla loro pelle scottata dal sole o a mettere del collirio ai loro occhi stanchi e arrossati, dare un’aspirina contro il mal di testa causato dal sole o i dolori creati dalla prolungata posizione scomoda di lavoro... Ma con loro questi gesti hanno assunto una valenza del tutto diversa. Ho potuto ‘mette re le mani’ nella loro sofferenza, venire a ‘conoscenza’ del loro dolore fisicamente e senza barriere: né pelle, né lingua, né cultura a dividerci in quei momenti».

Suor Marisa, missionaria marista che ha collaborato nell’animazione di un turno ribadisce che il Campo di Borgo Mezzanone ha riconfermato in lei «l’urgenza dell’andare nei Paesi di provenienza degli immigrati perché, annunciando e condividendo la Buona Notizia, ci sarà pace, pane e gli esodi non saranno più determinati dalla violenza».

Gli immigrati, ricorda Cristina, «collaboravano tra di loro se qualcuno aveva bisogno di aiuto; avevano voglia di parlare con noi volontari e spesso ci chiedevano i motivi che ci spingevano ad essere con loro».

«Mille storie personali di sogni, illusioni e drammi... scriveva Teresa. Mille volti immersi in un mondo che già da lontano li riconosce e li cataloga come diversi, forestieri, per non dire sporchi, pericolosi, inaffidabili... Questo mondo non vede dietro a questi volti tirati delle persone: noi abbiamo avuto il dono di scoprirle! È stata un’esperienza di ‘svelamento’. Lunghe chiacchierate, gesti di riconoscenza o semplici sorrisi hanno offerto a noi volontari indimenticabili esperienze di conoscenza e apprezzamento di mondi e uomini estremamente ricchi, di veri e propri tesori!».

Ogni anno durante il Campo di accoglienza, chiamato dal ‘95 in poi «Le Rondini», si creava tra i volontari un’intensa esperienza di gruppo. Il servizio, la preghiera, i pasti... i gavettoni, i momenti di gioia come i momenti di preoccupazione: tutto veniva vissuto in un coinvolgente clima di fede, di sobrietà e di disponibilità totale, di amicizia vera.

Indimenticabile certamente è l’esperienza di Silvio, giovane volontario di Roma, che durante il campo del ’94 ha sentito la chiamata a diventare Missionario Scalabriniano e che nell’immagine della sua ordinazione sacerdotale del 2005 scrive: «... tutto è nato nel campo di accoglienza per immigrati (...). Il crocifisso e le tende sono stati i testimoni del mio incontro con Dio. Da lì... tutto è nato». [...]

 

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